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Non credo ci sia un momento preciso in cui un essere umano “diventa un artista” probabilmente si nasce tali e si aspetta il momento giusto in cui tradurre il proprio pensiero in una forma espressiva.

Almeno a me è accaduto questo.

 

Mi sono formata per diventare una designer e lavoro da diversi anni nella moda e nella comunicazione del settore del lusso, un contesto caratterizzato da bellezza e creatività il cui immaginario visivo “pop-patinato” ha fortemente influenzato la mia estetica.

 

Il mondo della moda è un mondo che si basa quasi esclusivamente sull'apparire e malgrado all'inizio fossi attratta da questo ambiente per la sua stretta connessione con il mondo dell'arte ha cominciato quasi subito a starmi stretto.

Non ho problemi con il design di moda quanto con il sistema iperbolico e caricaturale che gli gira intorno, un ecosistema in cui credo sia inevitabile a un certo punto domandarsi: “cosa c'è dietro tutte queste maschere e quest'affannata perfezione?”

 

La moda rappresenta un mondo idealizzato, il “grande sogno” in cui la nostra società si identifica, un luogo a metà tra realtà e immaginazione che spesso ha dietro il vuoto.

 

Ma cos'è il vuoto? Perché ci mette a disagio? Noi occidentali diamo un'accezione negativa a questa idea mentre per gli orientali il vuoto è un “infinito potenziale”. Può dunque il vuoto essere la sorgente del tutto, la fonte della creazione? Possiamo pensare l'universo come un vuoto e generativo? È possibile concepire con la nostra mente il vuoto? È un nulla, un niente? Oppure è un'essenza: una forma, un segno, un colore, una percezione...

 

Dopo essermi fermata a lungo a riflettere ho in qualche modo compreso che quello che non mi piaceva del mondo che stavo vivendo non necessariamente era negativo: la percezione della vacuità, l'affannosa insensatezza, sono sempre un'occasione di creazione e nel mio caso potevano essere “riconvertite in un potenziale” per fare arte.

Ho guardato oltre e per tanto tempo non ho trovato niente. Ho guardato ancora meglio, ciò che non era visibile a occhio nudo e ho trovato qualcosa: l'ispirazione.

 

La scelta di dipingere i miei soggetti con un occhio più grande nasce dunque dalla mia personale esperienza: l'occhio secondo numerose culture rappresenta il risveglio della nostra parte più profonda e spirituale (non a caso viene spesso usato come simbolo di Dio); è simbolo di intuito e ricerca e nella tradizione indiana l'occhio è la saggezza e l’onniscienza in grado di vedere al di là della semplice manifestazione; è la distruzione del male dovuto all'ignoranza per raggiungere la consapevolezza, il crollo dell'illusione metafisica che tiene separato l’individuale dall’Universale. 

 

Viviamo in un mondo che ci droga di apparenza, ci affanniamo per raggiungere l'illusione di perfezione che ci viene proposta, dobbiamo fare di più e sempre più velocemente, quando dovremmo dare più spazio al nostro sentire e alla nostra coscienza.

 

I miei personaggi siamo noi tutti ma illuminati: guardano oltre, rompono ciò che è apparentemente visibile. Nel loro sforzo di ricerca si scompongono, si de-materializzano, per vedere cosa c'è dietro la propria identità, al di là della realtà fisica, dei pensieri, delle emozioni, alla ricerca della verità sul cosmo che non ci è dato sapere ma che vale la pena continuare a cercare...

bio

Barbara Polvora nasce a Roma nel 1983, figlia del noto artista brasiliano Alceu Polvora, cresce in un’atmosfera ricca di stimoli e sin da piccolissima dimostra un’attitudine particolare per le arti figurative.

 

Sceglie tuttavia di non intraprendere subito una carriera artistica e si laurea in Marketing della moda e del settore del lusso all’Università La Sapienza e successivamente in Fashion Design all’Accademia di Belle Arti di Roma.

 

Lavora poi come designer e brand strategist e nel 2011 vince il premio per l’innovazione e la creatività indetto dalla Provincia di Roma per l’ideazione di una linea di gioielli d’arte.

 

Ad oggi vive tra Roma e l’estero dedicandosi al marketing, al design e alla propria personale ricerca artistica.